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Pro - Natura

Il navigatore verde e l´amaro naufragio nel mare di plastica

18 maggio 2007

Disastri ecologici il Pacifico affoga nei nostri rifiuti

Il destino ha molti modi per manifestarsi. Quello di Charles Moore è apparso al capitano-velista il 3 agosto 1997, ottocento miglia a Nord delle Hawaii, mentre navigava col suo catamarano «Alguita» verso la California, di ritorno da una regata. Peccato che assomigliasse a un incubo.

Bella giornata di sole, poco vento, acqua color zaffiro: Charles e il suo equipaggio avevano tempo e curiosità in abbondanza, deviarono a Nord dalla solita rotta. Si ritrovarono in una zona di mare assai poco frequentata, «la zona delle acque calme» dicevano i marinai prima di virare al largo come gli squali, i tonni e altri grossi pesci: le acque morte non offrivano cibo. Il «North Pacific subtropical gyre», così viene definita l´immensa distesa due volte più grande del Texas, di forma ovale, è abitata solo da vortici di aria e d´acqua provocati da una montagna di alta pressione che incombe ad alta quota.

Quel giorno il capitano Moore, che da marinaio di lunghissimo corso - nato a Long Beach, a pochi chilometri da Los Angeles - credeva di averle viste tutte nei suoi 50 anni di vita, ha scorto davanti a sé una lunga striscia galleggiante fatta di borse di plastica, seguita da un orrido e immenso groviglio di reti, bottiglie, taniche, giocattoli rotti, pezzi di pneumatici. C´erano persino, surreali, alcuni coni spartitraffico. Insomma, era immerso in un mare di plastica, una desolata e immensa distesa di pattumiera, la morta gora dell´Oceano dove finiscono, dopo aver galleggiato per migliaia di chilometri, i rifiuti sintetici di mezzo mondo.
Moore ha navigato per una settimana in quel Purgatorio della civiltà occidentale, ora ribattezzato dagli scienziati «l´Oceano di plastica», e al ritorno ha abbandonato il suo lavoro (vendeva mobili per bar e ristoranti) e si è dedicato anima e corpo, con la «Algalita Marine Research Foundation», a contrastare l´invasione della plastica, sostanza benemerita finché sono stati gli umani a governarla e non lei a governare noi.

«La plastica è entrata definitivamente nella catena alimentare dell´uomo», ha detto l´anno scorso a Erice con gli scienziati riuniti per la 36esima Sessione dei Seminari Internazionali sulle Emergenze Planetarie. «Il problema si è ormai spostato alla capacità di questi materiali di rilasciare sostanze pericolose per l´organismo umano». Moore torna periodicamente nell´«Oceano della plastica» e ogni volta verifica che la spazzatura si sta estendendo: «L´enorme quantità di plastica dispersa negli oceani – dice - produce particelle nocive che vengono liberate nelle acque, contaminando i pesci e altri organismi marini, che trattengono sostanze come il Pcb, la diossina ed altre molecole teratogene, entrando in questo modo nella catena alimentare dell´uomo».

Il bersaglio principale di queste sostanze, dicono gli studiosi, è l´apparato riproduttivo sia maschile che femminile. Durante la gestazione la donna le trasmette al feto, ed esse vanno ad intaccare il sistema riproduttivo e il cervello del nascituro, provocando effetti permanenti. Gli studi epidemiologici presentati ad Erice dimostravano per esempio un eccessivo sviluppo del seno, una maggiore frequenza di casi di obesità ed asma e disfunzioni immunitarie.

Cambiamenti ormonali di lieve intensità, ma quello che preoccupa è l´ampiezza del numero di persone colpite dei loro effetti. La plastica, insomma, viene trasmessa di generazione in generazione e sta mutando gradualmente il patrimonio genetico dell´uomo.

«Tutto è plastica e io amo la plastica, io voglio essere plastica», diceva Andy Warhol. Forse, dice il capitano Moore, è tempo di mettere questo armamentario in soffitta, insieme – diciamo noi - all´esaltazione della velocità, dello schiaffo, del pugno, del passo di corsa del buon Marinetti. Certe cose rischiano di diventare il Leviatano del XXI secolo. Loro non lo sapevano, noi sì. Noi possiamo – per esempio - cominciare a bere più acqua del rubinetto o andare al supermercato con sporte da riusare. La frase di Warhol, oggi, suscita un sorriso. Un bel sorriso di plastica, naturalmente.

Fonte: La Stampa - Carlo Grande

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