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Pro - Natura

Petrolio: 100 nuove trivelle pronte a perforare mare e terra

17 luglio 2010

La ricerca del petrolio in Italia non cessa anzi si intensifica e 100 nuove trivelle sono pronte a perforare terra e mare. Una situazione che allarma Legambiente dopo le recenti polemiche, sollevate anche dopo il disastro ambientale della marea nera nel Golfo del Messico, e nonostante il ministro dell´Ambiente, Stefania Prestigiacomo, abbia inserito nuovi paletti sulle distanze dalle coste nella riforma del codice ambientale. Ad oggi nel Belpaese sono stati rilasciati 95 permessi di ricerca di idrocarburi, di cui 24 a mare, interessando un´area di circa 11 mila chilometri quadrati (kmq), e 71 a terra, per oltre 25 mila kmq. A queste si devono aggiungere le 65 istanze presentate solo negli ultimi due anni, di cui ben 41 a mare per una superficie di 23 mila kmq. E´ quanto emerge dal dossier nazionale Texas Italia di Legambiente, presentato oggi da Goletta Verde a Monopoli (Ba), in occasione della Tavola Rotonda ´´La minaccia del petrolio sul futuro sostenibile della Puglia´´.

La corsa all´oro nero italiano, rilanciata in ragione di una presunta indipendenza energetica, stando alla localizzazione delle riserve disponibili, riguarda in particolare il mare e non risparmia neanche le Aree Marine Protette. Sono interessati il mar Adriatico centro-meridionale, lo Ionio e il Canale di Sicilia'.
Tra le ultime istanze presentate c´e´ la richiesta della Petroceltic Italia di permessi di ricerca nell´intero specchio di mare compreso tra la costa teramana, il Gargano e le isole Tremiti. Queste ultime in particolare sono minacciate anche da un´altra richiesta per un´area di mare di 730 kmq a ridosso delle isole. Sotto assedio anche mare e coste sarde, sulle quali pendono due recenti istanze della Saras e due piu´ vecchie della Puma Petroleum, per un totale di 1.838 kmq nel golfo di Oristano e di Cagliari; la stessa societa´ detiene una richiesta anche nello splendido specchio di mare tra l´isola d´Elba e quella di Montecristo, 643 kmq in pieno Santuario dei Cetacei all´interno del Parco Nazionale dell´Arcipelago Toscano.
Inoltre, notizia di questi giorni, la partenza di una nave commissionata dalla Shell, che ha il compito di eseguire studi e prospezioni per individuare quello che viene considerato, usando le parole della stessa Shell Italia ´´un autentico tesoro´´ che porterebbe l´Italia a confermarsi ´´il Paese con piu´ idrocarburi dell´Europa continentale´´. Peccato che - continua Legambiente - anche in questo caso le attivita´ estrattive mal si combinerebbero con l´Area Marina Protetta delle isole Egadi e con un´economia basata prevalentemente su turismo e pesca.
Nei nostri mari oggi operano 9 piattaforme per un totale di 76 pozzi, da cui si estrae olio greggio. Due sono localizzate di fronte la costa marchigiana (Civitanova Marche - MC), tre di fronte quella abruzzese (Vasto - CH) e le altre quattro nel canale di Sicilia di fronte il tratto di costa tra Gela e Ragusa. Passando dal mare alla terra, le aree del Paese interessate dall´estrazione di idrocarburi sono la Basilicata, storicamente sede dei piu´ grandi pozzi e dove si estrae oltre il 70% del petrolio nazionale proveniente dai giacimenti della Val d´Agri (Eni e Shell), l´Emilia Romagna, il Lazio, la Lombardia, il Molise, il Piemonte e la Sicilia.
Complessivamente lo scorso anno in Italia sono state estratte 4,5 milioni di tonnellate di petrolio, circa il 6% dei consumi totali nazionali di greggio. Ma la quantita´ rischia di aumentare, perche´ stanno aumentando sempre di piu´ le istanze e i permessi di ricerca di greggio nel mare e sul territorio italiano.
Legambiente sottolinea come il Paese consumi 80 milioni di tonnellate di petrolio l´anno e come le riserve di oro nero made in Italy, agli attuali ritmi di consumo, consentirebbero all´Italia di tagliare le importazioni per soli 20 mesi. Ma estrarre il greggio nostrano fino all´ultimo barile sarebbe un´ipoteca sul nostro futuro.
Nonostante cio´ e´ gia´ partita una ´´lottizzazione´´ senza scrupoli del mare italiano, che per ironia della sorte avanza inesorabilmente proprio quando l´attenzione internazionale e´ concentrata sul disastro ambientale nel Golfo del Messico causato dalla piattaforma petrolifera Deepwater Horizon della BP (British Petroleum).
´´In seguito a questo gravissimo incidente - sono molte le autorevoli voci del mondo ambientalista che ritengono davvero propagandistiche le risposte date dal nostro governo. Il 3 maggio scorso, l´ex ministro Scajola ha convocato i rappresentanti degli operatori offshore per avere notizie sui sistemi di sicurezza ed emergenza senza risultati concreti. E´ importante notare che il risanamento per un incidente come quello americano nel nostro paese non sarebbe risarcito in maniera adeguata dai responsabili. Infatti ancora oggi le nostre leggi non hanno risolto il problema del risarcimento in caso di disastro ambientale e inoltre le piattaforme non sono coperte dalle convenzioni internazionali. Altrettanto propagandistico ci e´ sembrato il provvedimento preso dal governo italiano a tutela di mare e coste nello schema di decreto di riforma del codice ambientale, approvato in Consiglio dei ministri su proposta del ministro dell´Ambiente Stefania Prestigiacomo´´.
Le attivita´ di ricerca ed estrazione di petrolio verrebbero vietate nella fascia marina di 5 miglia lungo l´intero perimetro costiero nazionale, limite che sale a 12 miglia per le Aree Marine Protette. Al di fuori di queste aree, le attivita´ di ricerca ed estrazione di idrocarburi verrebbero sottoposte a valutazione di impatto ambientale (Via). La norma si applicherebbe anche ai procedimenti autorizzativi in corso.
´´Si tratta di un provvedimento dall´efficacia davvero relativa - La norma non si applica infatti a pozzi e piattaforme esistenti. E poi cosa cambierebbe se un incidente avvenisse in un pozzo o una piattaforma localizzata al di la´ di 5 o 12 miglia dalle coste? In caso di incidente sarebbe comunque un dramma per i nostri mari e per il Mediterraneo. Se spostassimo, infatti, la marea nera che sta inquinando il Golfo del Messico nell`Adriatico la sua estensione si spingerebbe da Trieste al Gargano´´. Le istanze e i permessi di ricerca vengono valutati secondo un procedimento unico che coinvolge i diversi soggetti interessati.
Se l´area in questione e´ su terra oltre lo Stato vengono coinvolti anche gli Enti locali (Regioni, Province e Comuni), mentre se il permesso e´ per eseguire ricerche sul sottofondo marino e´ previsto solo il parere da parte dello Stato e gli Enti locali sono esclusi dalle procedure, anche quando si tratta di aree a ridosso della costa, in cui un´attivita´ di questo tipo modificherebbe non poco le attivita´ economiche, turistiche e di altro tipo svolte dalle comunita´ che vivono sul mare.
'La facilita´ delle procedure e il mancato coinvolgimento delle comunita´ locali sono, insieme ad un costo del barile che e´ tornato a livelli importanti (tra 75 e 80 dollari per barile), tra le cause principali della proliferazione delle istanze per i permessi di ricerca in mare' - continua Legambiente - richieste avanzate nella maggior parte dei casi, da imprese straniere come la Northern Petroleum (UK) e la Petroceltic Elsa, che da sole rappresentano circa il 50% delle istanze presentate negli ultimi due anni per un totale di 11mila kmq, che rischiano di essere ceduti in nome del petrolio e di una fantomatica indipendenza energetica'.
Anche da un punto di vista occupazionale, Il gioco non vale la candela neanche dal punto di vista occupazionale, le ultime stime di Assomineraria quantificano la rilevanza economica e occupazionale del settore estrattivo in Italia come segue: un risparmio di 100 miliardi di euro nelle importazioni di greggio dall´estero nei prossimi 25 anni e la creazione di 34mila posti di lavoro. Numeri che non reggono se confrontati con un investimento nel settore della green economy e delle rinnovabili'.

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